# BERSABEA

# BERSABEA

Solo girovagando per la città in cui si vive si possono cogliere i suoi aspetti, le sue molteplici espressioni disorganiche, dai suoi intimi spazi alle sue sconfinate piazze desolate: la città in cui si vive è sempre una eterna sconosciuta, una donna misteriosa di cui non si comprenderanno mai gli innumerevoli aspetti che la compongono, quell’unicum caotico la rende però attraente a tal punto da stabilire proprio nel suo ventre la nostra dimora. “BERSABEA” offre un racconto della città, narrandone, attraverso la metafora e l’astrazione, alcune immagini che la configurano come un affascinante essere disuniforme e dissoluto.
Gli edifici, o i “palazzi” dall’espressione infantile del nostro primo imprinting emozionale, si modulano formalmente creando un tessuto non uniforme ma che vive della stessa aurea che ne sublima l’aspetto: il caos ci affascina, ci coglie impreparati e nel momento in cui si impreca contro esso lo si vive nella sua interezza, si subisce e si ama. Le costruzioni tutte diverse, lontane tra loro per aspetto e talvolta violente nell’accostamento, lontane dal tema dalla città perfetta che Pasolini ci racconta quando punta l’obiettivo su Orte ne “La forma della città” dal fondo della valle, lontane altrettanto dalla “Ville Radieuse” di Le Corbusier, vivono sull’assoluto imperativo della casualità oggettiva. Eppure il mucchio selvaggio degli edifici è qui intorno a noi, ci imprigiona e ci appartiene, forse è proprio grazie alla sua disorganicità che la nostra città non è disorientante e diventa la nostra dimora.
Gli individui la vivono, la abitano, la subiscono e sono costretti a proteggersi per sopravvivere, hanno scelto con incosciente coscienza di stabilirvisi e continuano a farlo nonostante la maledicano.
Si chiudono dentro gusci di vetro, si corazzano di una armatura permeabile, la indossano come la città impone. La città diviene la grande madre che la mattina veste i propri figli prima di portarli a scuola, là dove gli individui/bambini si confronterano in prima istanza proprio attraverso i propri abiti: la maschera sociale. Protetti dalla nostra maschera ci sentiamo pronti ad affrontare il caos sublime della nostra città: per noi la maschera è sicurezza, protezione, guscio; amare la città e vivere nel suo ventre è pericoloso; la maschera la si denuncia, la si indica come responsabile di diseguaglianza ma la si continua a brevettare continuamente come un esercizio di stile ma di vitale importanza.
Come nel film “L’attimo fuggente”, quando il professore esorta i propri studenti a salire sui banchi per avere un punto di vista diverso, la sopraelevata ci offre quel punto di vista sulla città. La strada si alza dal recinto terreno costituito e si libera volando ed infrangengo il tessuto urbano, ci regala la libertà del cielo e mentre stiamo seduti alla guida delle nostre automobli, immagazzinati con cura nel traffico metropolitano, liberiamo i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre virtù. Lo sguardo sulla città è diverso, dall’alto tutto ci appare minuto e controllabile, si distinguono gli uomini che la vivono come formiche nell’intento operativo della sopravvivenza del formicaio. Il caos urbano è lonano, non ci appartiene più, lo guardiamo con cura, lo controlliamo perchè sappiamo che vivere nella nostra città vuol dire tornare presto a far parte di quel caos. Il sistema metafisico apparentemente perfetto della sfera luminosa del cielo è un momento simbolico di liberazione dalla città, come quando il nuotatore sporge la testa sopra il filo dell’acqua in una forsennata gara natatoria.